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Stipendio medio in Italia: salario mensile nel 2026

Ultimo aggiornamento 2 giugno, 2026

Natalia Stawiarska
Natalia StawiarskaScrittrice, esperta di carriere
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Consigli di carriera

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Lo stipendio medio in Italia è un dato fondamentale per capire come va il mercato del lavoro e il benessere delle persone. Nonostante un leggero aumento degli stipendi negli ultimi anni, l’Italia resta indietro rispetto ad altri paesi europei. Il salario mensile varia molto a seconda del settore, della regione e dell’esperienza del lavoratore. 

In questo articolo analizzeremo quanto guadagna mediamente un lavoratore in Italia, esaminando le principali differenze per area geografica e genere.

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Qual è lo stipendio medio in Italia?

Secondo il rapporto JP Salary Outlook, nel 2025 la retribuzione annua lorda media dei lavoratori dipendenti del settore privato in Italia è stata di 32.991 euro, pari a circa 2.749 euro lordi al mese su 12 mensilità. Il dato segna una crescita del 3,6% rispetto all’anno precedente, superiore all’inflazione media dell’1,5%. Questo dato colloca l'Italia al al 23°posto  su 34 Paesi OCSE analizzati. Ai primi posti della classifica ci sono Lussemburgo, Islanda e Svizzera, mentre in fondo troviamo Ungheria, Grecia e Messico.

Stipendio medio in Italia: un confronto con l'Europa

Quando si parla di stipendio medio in Italia, è inevitabile confrontarlo con altri paesi europei. I dati Eurostat, basati sul potere d'acquisto, offrono una visione chiara delle retribuzioni, aiutandoci a capire meglio le dinamiche salariali in Italia rispetto al resto d'Europa.

Nell’Osservatorio delle libere professioni leggiamo che in Europa lo stipendio medio lordo annuo è di circa 40.000 euro, mentre quello netto si aggira sui 28.000 euro. In Italia, invece, il reddito lordo medio è di circa 33.000 euro (2.750 euro al mese) e quello netto 24.000 euro, al di sotto della media europea. 

I paesi con le retribuzioni più alte sono Svizzera, Germania e Lussemburgo, dove i redditi superano i 50.000 euro lordi, mentre in Slovacchia e Romania sono tra i più bassi, con meno di 20.000 euro lordi.

Le tasse e i contributi in Italia

In Italia, il carico fiscale incide pesantemente sullo stipendio netto: il 22,1% delle retribuzioni lorde va in tasse, rispetto alla media europea del 16,6%, posizionando l'Italia tra i paesi con la pressione fiscale più alta. Paesi come la Danimarca compensano con contributi previdenziali più bassi, mentre in Italia la pressione fiscale riduce significativamente il potere d'acquisto. 

Negli ultimi dieci anni, l'aumento delle retribuzioni è stato lento, con una crescita media dello 0,9% annuo fino al 2019. Dopo la crisi del 2020, che ha visto un calo del 4,3%, si è registrata una ripresa nel 2021-2022, ma nel 2023 l'incremento è stato solo del 2,5%, inferiore a quello di paesi come Francia e Germania.

Nel Rapporto annuale 2026 dell’ISTAT, si evidenzia che nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1%, a fronte di un’inflazione misurata dall’IPCA pari all’1,6%. Per il secondo anno consecutivo, quindi, la crescita degli stipendi ha contribuito a ridurre il divario accumulato negli anni precedenti.

Il recupero, però, resta solo parziale. Secondo ISTAT, alla fine del 2025 l’inflazione era aumentata del 23,0% rispetto a gennaio 2019, mentre le retribuzioni erano cresciute del 13,2%. La perdita di potere d’acquisto si è ridotta, ma rimane pari all’8,6% della retribuzione.

Anche sul fronte dei contratti ci sono segnali di miglioramento. Nel 2025 l’attività negoziale è stata intensa, con 33 contratti recepiti e circa 4,7 milioni di lavoratori coinvolti. A marzo 2026, secondo ISTAT, la quota di dipendenti in attesa di rinnovo è scesa al 31,2% per il totale dell’economia. Il quadro, quindi, è più favorevole rispetto agli anni dell’inflazione alta, ma il potere d’acquisto perso non è ancora stato pienamente recuperato.

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La povertà lavorativa in Italia

La povertà lavorativa in Italia colpisce soprattutto chi ha retribuzioni basse e contratti precari, come quelli a termine o part-time, che riguardano in modo sproporzionato donne, giovani e stranieri. 

La stagnazione salariale è dovuta a diversi fattori, tra cui l'inflazione, la diffusione di contratti precari e la riduzione di quelli a tempo indeterminato, con conseguenze più pesanti per le categorie vulnerabili come donne e giovani, ampliando il divario salariale e aggravando le condizioni economiche di molte famiglie.

Nel 2026, i salari in Italia restano condizionati dalla perdita di potere d’acquisto accumulata negli anni dell’inflazione alta. Secondo le Prospettive dell’occupazione OCSE 2025, all’inizio del 2025 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 7,5% rispetto all’inizio del 2021. L’Italia risulta così il Paese con il calo più significativo dei salari reali tra le principali economie OCSE.

Il quadro, però, non è solo negativo. L’OCSE segnala che il rinnovo dei principali contratti collettivi ha portato ad aumenti salariali più alti del solito, anche se non ancora sufficienti a recuperare completamente la perdita di potere d’acquisto. Per il 2025 e il 2026 sono previsti aumenti nominali moderati, rispettivamente del 2,6% e del 2,2%, con una crescita reale ancora contenuta.

Anche il mercato del lavoro mostra segnali più favorevoli rispetto al periodo pre-pandemico. Secondo i dati ISTAT, ad aprile 2026 il tasso di occupazione è salito al 63,1%, mentre il tasso di disoccupazione è sceso al 5,1%. Gli occupati sono aumentati di 123 mila unità rispetto al mese precedente e di 269 mila rispetto ad aprile 2025. Rimane però un limite strutturale: il tasso di occupazione italiano resta ancora inferiore alla media OCSE, che nel primo trimestre 2025 era pari al 70,4%.

Le differenze del salario medio in Italia tra Nord e Sud

Il divario retributivo tra Nord e Mezzogiorno resta marcato. Secondo gli ultimi dati INPS disponibili sui lavoratori dipendenti del settore privato non agricolo, nel 2024 la retribuzione media annua era di 28.852 euro nel Nord-ovest e 25.723 euro nel Nord-est, contro 18.254 euro al Sud e 17.898 euro nelle Isole.  La differenza non riguarda solo l’importo dello stipendio, ma anche la continuità del lavoro durante l’anno: nel Nord i lavoratori risultano pagati in media per 252-257 giornate, contro 228 giornate nel Sud e nelle Isole. 

Questa differenza è legata principalmente alla maggiore presenza di contratti precari e lavori stagionali nel Sud, soprattutto nei settori del turismo e dei servizi. Inoltre, l'elevata diffusione dell'economia sommersa al Sud riduce il numero di giornate lavorative ufficialmente conteggiate, incidendo ulteriormente sulle retribuzioni e le condizioni lavorative.

Gender pay gap in Italia

Nel rapporto JP Salary Outlook viene evidenziato che il gender pay gap in Italia è ancora una questione rilevante. In media, gli uomini guadagnano il 7,2% in più rispetto alle donne. Il divario è più evidente tra gli operai, dove arriva al 9,9%.

Nonostante alcuni progressi negli ultimi anni, la disuguaglianza di genere persiste soprattutto nelle posizioni di medio livello, suggerendo che le donne continuano a incontrare ostacoli significativi per raggiungere la parità salariale, soprattutto in determinati settori e ruoli professionali​.

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Categoria: Consigli di carriera

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Informazioni sull'autore

Natalia Stawiarska

Natalia Stawiarska

Natalia è una content writer con oltre 5 anni di esperienza nella creazione di contenuti digitali per importanti multinazionali. Laureata in Lingua e Letteratura Italiana presso l’Università Niccolò Copernico di Toruń, in Polonia, ha conseguito una laurea magistrale con Specializzazione in Linguistica presso l’Università di Varsavia. Attualmente scrive per il CV builder di LiveCareer, offrendo consigli pratici su come scrivere un CV e una lettera di presentazione efficaci. Tutti i suoi articoli sono affidabili al 100% e rispecchiano pienamente le linee editoriali di LiveCareer.

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